Il manierismo nell'arte e la pittura veneziana - Tiziano in mostra
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Il manierismo nell’arte e la pittura veneziana

Il termine Manierismo viene fatto risalire a Giorgio Vasari, che intorno al 1550 – ritenendo raggiunta la perfezione nell’arte con le opere di Michelangelo, Raffaello e Leonardo – sosteneva che gli artisti successivi non avrebbero potuto migliorare quanto già realizzato e si sarebbero pertanto dovuti rassegnare a imitare i capolavori già esistenti: in pratica, dipingere (o scolpire) alla maniera di. Per Manierismo nell’arte si intende quindi il ripetersi di elementi caratteristici di un artista, di un’epoca o di una scuola, in una sorta di imitazione ma con stili esecutivi differenti, per cui nel tempo abbiamo potuto conoscere artisti che creavano opere utilizzando la maniera antica, moderna, leonardesca, francese e così via.

La corrente artistica del Manierismo

Si definiscono manieristi in particolare quei pittori che nel corso del 1500 e sino all’inizio del secolo successivo ricalcarono le orme dei grandi artisti del Rinascimento, con indubbie capacità personali ma senza l’originaria ispirazione e la genialità che hanno reso immortali e uniche nel monde le opere e gli artisti da cui hanno attinto gli spunti.

Jacopo Pontormo giuseppe egitto
Giuseppe in Egitto – Jacopo Pontormo

Possiamo collocare le origini del Manierismo, che secondo alcuni critici può definirsi la fine del Rinascimento, nelle città che vantavano all’epoca le principali botteghe artistiche, vale a dire Firenze e Roma; nella prima metà del XVI secolo la nuova corrente prende vita nel capoluogo toscano con l’intento di sperimentare nuove forme di arte, mettendo in discussione le regole sino allora esistenti. Si tratta principalmente di pittori estrosi e rivoluzionari, quali il Rosso Fiorentino e Iacopo Carrucci detto il Pontormo, mentre a Roma Daniele da Volterra e Francesco Salviati recepiscono questa ispirazione innovativa. L’espansione della nuova corrente in Italia e all’estero si verifica in concomitanza con il sacco di Roma e con le conseguenti devastazioni operate dai lanzichenecchi nel 1527, a seguito del quale la città si svuota anche degli artisti che vi lavorano e che si sparpagliano per la penisola.

Pochi anni dopo la fine della guerra, con il ripopolamento di Roma e la ripresa delle attività artistiche, le prime opere bizzarre con figure e proporzioni storpiate tornano a uno stile più uniforme e raffinato, mantenendo però rappresentazioni di figure umane in posizioni contorte e colori particolarmente accesi, ispirate di certo alla recente realizzazione della Cappella Sistina da parte di Michelangelo (1535 – 1541).

Il Manierismo non ha riguardato solamente le opere pittoriche, anche se i nomi più rilevanti figurano proprio in qual campo, ma ha interessato anche la scultura; non si possono infatti dimenticare le creazioni di Bartolomeo Ammannati, molte delle quali ispirate agli dèi della mitologia greca, e del Giambologna, del quale ricordiamo il celeberrimo Ratto delle Sabine visibile a Firenze sotto le arcate della Loggia della Signoria. L’esempio di manierismo architettonico forse più rilevante è offerto invece da Giulio Romano, architetto, pittore e allievo fra i più dotati di Raffaello Sanzio, invitato a Mantova alla corte dei Gonzaga per la realizzazione di Palazzo Te tra il 1525 e il 1534. Di questo splendido edificio monumentale il Romano cura sia l’edificazione che la realizzazione degli affreschi interni.

La pittura veneziana

Venezia è città d’arte per antonomasia, oltre che realizzazione architettonica unica al mondo, ed è stata culla e fonte d’ispirazione per artisti d’altissimo livello quali – per citarne solo alcuni e restare nel periodo del Manierismo – Paolo Veronese, Jacopo Robusti detto il Tintoretto, Lorenzo Lotto e Tiziano Vecellio, da tutti meglio conosciuto con il solo nome di Tiziano.

miracolo san marco schiavo Tintoretto
Il miracolo di san Marco che libera lo schiavo – Tintoretto (1548)

Il Veronese, al secolo Paolo Caliari, nasce a Verona nel 1528 come il suo nome d’arte lascia intuire ma si trasferisce in giovane età a Venezia e già nel 1555 inizia l’impresa più vasta e rilevante della sua vita, vale a dire la decorazione della Chiesa di San Sebastiano nel sestiere di Dorsoduro. Per circa quindici anni il Veronese realizza un imponente ciclo pittorico che interessa i soffitti di chiesa e sacrestia, la navata centrale, il coro dei frati, la pala d’altare e parte del presbiterio: i soggetti sacri ritratti sono molteplici, da episodi della vita di San Sebastiano – compreso il martirio – a scene dell’Antico Testamento, dalla Madonna in gloria alla vita di Ester. Il corpo dell’artista riposa dal 1588, anno della sua morte, all’intero della Chiesa che ospita i suoi capolavori. Artista prolifico sia nel campo degli affreschi che per quanto riguarda le tele, vanta opere esposte nei principali musei del mondo quali la Pinacoteca di Brera, il Louvre, la Galleria degli Uffizi, la Galleria Borghese e l’Ermitage, solo per citarne alcuni. Vale la pena ricordare, a titolo di curiosità, che al Veronese è attribuita la scoperta di uno specifico colore, detto per l’appunto verde Veronese, particolarmente intenso e brillante come tutte le realizzazioni dell’artista.

Jacopo Robusti detto il Tintoretto nasce invece a Venezia intorno alla fine del 1518 (la data esatta non è nota) e trascorre buona parte della sua vita nel capoluogo lagunare. La sua arte emerge già quando, ancora molto giovane, si forma alla bottega del Tiziano come apprendista, ma già nel 1539 lavora in un proprio studio indipendente e si fregia del titolo di “maestro”. Nelle opere della maturità, quali La lavanda dei piedi (Madrid, museo del Prado) e il Miracolo dello schiavo liberato (tuttora a Venezia, Scuola Grande di San Marco) traspare una profonda influenza della scuola romana, in particolare di Michelangelo, con imponenti chiaroscuri e una diffusione della luce che trasmette sacralità. Negli anni successivi, il Tintoretto sviluppa un personale concetto di prospettiva eliminando la proporzionalità classica e contrapponendo figure molto grandi nei primi piani con immagini ridottissime verso lo sfondo, creando un effetto più ritmico e visionario. Nel corso della sua lunga vita, almeno secondo i canoni dell’epoca, produce prima della sua morte avvenuta nel 1594 moltissime opere pittoriche esposte oggi nelle principali gallerie mondiali.

Lorenzo Lotto, veneziano di nascita e pertanto ricompreso di diritto nel novero degli artisti lagunari, in realtà lavora ben poco a Venezia anche a causa della presenza ingombrante di altri nomi importanti e in particolare del Tiziano, che lo portano ad una sorta di emarginazione artistica. Decide quindi di portare le sue qualità fuori dai confini della Serenissima, in zone considerate allora marginali dal punto di vista pittorico quali per esempio Bergamo e le Marche; la formazione presso le scuole degli artisti veneziani gli lascia comunque un’eredità che il Lotto esporta nei luoghi in cui viene chiamato a dipingere. Dopo alcuni anni a Treviso, dove riscuote i primi successi personali, i frati domenicani di Recanati gli commissionano il polittico per la Chiesa di San Domenico e il Lotto si sposta così nelle Marche. Nel 1509 papa Giulio II lo convoca a Roma per le decorazioni dei suoi appartamenti nel palazzi Vaticani, ma l’artista fatica ad integrarsi con la realtà romana ed il confronto con gli altri grandi artisti rinascimentali che la affollavano e lascia per questo la città per non farvi più ritorno. Dal 1513 si trasferisce a Bergamo per eseguire una pala d’altare per i frati domenicani, la pala Martinengo, e rimane nella città lombarda per ben tredici anni realizzando numerose altre opere ora esposte in musei prestigiosi quali gli Uffizi di Firenze. Dopo la lunga pausa bergamasca, l’artista torna sia nelle Marche che nella natìa Venezia, dove muore nel più assoluto silenzio in un giorno di luglio 1557.

Anche la data di nascita di Tiziano Vecellio è incerta, potendosi inquadrare tra il 1488 e il 1490, mentre il luogo è Pieve di Cadore fra la montagne bellunesi. Già nei primi anni del 1500 la sua ardente passione per l’arte lo spinge a Venezia per ricevere un’adeguata istruzione pittorica, e prima dei vent’anni è a fianco del pittore Giorgione nella realizzazione del Fondaco dei Tedeschi, prestigioso palazzo della Serenissima. La sua fama si espande rapidamente e gli incarichi si susseguono, fino a divenire nel 1533 pittore ufficiale della Repubblica di Venezia, con tanto di rendita ufficiale riservata ai migliori pittori; in poco tempo la sua arte lo porta anche oltre i confini della città, contesto dai Gonzaga e dagli Este, dai duchi urbinati e dal papa Paolo III. La sua biografia lo descrive come un lavoratore instancabile, e pertanto accetta gli incarichi che gli vengono proposti spostandosi da Mantova a Ferrara, da Urbino a Roma, realizzando una lunga serie di opere anche come ritrattista. Data la sua fama, molti potenti dell’epoca chiedono a Tiziano un ritratto come status symbol della loro grandezza, e l’artista ha così modo di immortalare – tra gli altri – il papa Paolo III ormai anziano con i nipoti Alessandro e Ottavio Farnese, Carlo V d’Asburgo, Federico II Gonzaga, Isabella d’Este e Eleonora Gonzaga Della Rovere.


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