La “Verità” dei pittori bresciani

Fino al 1 luglio il Museo di Santa Giulia celebra Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia con una grande mostra, dal progetto ambizioso: ripercorrere l’influenza che Tiziano ebbe sugli sviluppi della pittura bresciana,  e al contempo intende esaltare la grandezza e l’autonomia della scuola pittorica della città lombarda che si distinse per una vocazione naturalistica.

In particolare, la quarta sezione della mostra è dedicata proprio  a celebrare questo aspetto attraverso opere di artisti come Moretto e Savoldo,  che testimoniano una spiccata attenzione al ‘vero’.

La ricerca della natura delle cose

È il naturalismo o realismo il fattore che distingue la scuola pittorica bresciana dalla pittura veneziana sua contemporanea e ci permette di raggruppare i suoi principali protagonisti liberi dalla generica etichetta di seguaci di Tiziano.

Quello che unisce i pittori della realtà lombarda a partire dai maestri bresciani del Cinquecento è la calma e la fiducia di poter esprimere direttamente, senza mediazioni stilizzanti, la realtà che sta intorno. Utilizzano un linguaggio schietto e autentico anche nella narrazione delle storie sacre presentandole come avvenimenti semplici e questo ci permette di calarci in una dimensione quotidiana animata da protagonisti umani.

Alessandro Bonvicino, detto il Moretto, c.1535
Milano, Museo Poldi Pezzoli, olio su tela, cm 77 x 103,5.

Nella ricerca di capire la natura delle cose i dipinti di Lotto, Moretto e Savoldo con la loro umanità, religiosità più umile, un colore più vero e ombre più descritte e curiose determinarono un precedente fondamentale nelle opere di Caravaggio.

Luci e colori

La luce dei bresciani rinuncia a essere il “lume universale” della maggioranza dei pittori rinascimentali, per diventare una “luce concreta, diretta usata per creare forme”, un mezzo strumentale impiegato per studiare e descrivere la realtà visiva.

Altro carattere unificante della pittura bresciana è il particolare timbro del colore “freddo-argenteo-ceruleo” (acerbo) distante dalla tavolozza sfarzosa e artificiosamente sgargiante di Tiziano. Le opere sono caratterizzate da campiture monocrome sulle quali esercitare il gioco raffinato della luce. La pittura di Savoldo e ancor più di Romanino si rivela così capace di soluzioni espressive aspre e drammatiche, perseguite attraverso una tecnica impetuosa e a tratti rabbiosa.

Un’arte unica e dal fascino immortale, che puoi rivivere al Museo Santa Giulia con Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia.

2018-06-05T18:20:33+00:00
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